1. Le ragioni di una caduta
L’incontro del 20 aprile con don Corrado Lorefice ci ha consentito di rileggere, insieme alle amiche e agli amici della Fondazione Parrino, un famoso discorso di Giuseppe Dossetti. In occasione dell’ottavo anniversario della morte di Giuseppe Lazzati, il 18 maggio 1994, Dossetti pronunciò a Milano il discorso “Sentinella, quanto resta della notte?”, pubblicato come Una Riflessione cristiana sull’Italia di oggi, nelle Edizioni San Lorenzo, Reggio Emilia 1994; come Riflessioni sulla transizione italiana, nelle Edizioni lavoro di quello stesso anno.
Il contesto è quello della fine della Democrazia cristiana e dell’ascesa di Berlusconi. Si fa esplicito riferimento alla formazione del suo governo, alla Seconda repubblica e al dibattito sulla riforma della Costituzione: la riforma del bicameralismo, il “potenziamento dell’esecutivo a danno del legislativo,” il disegno di un’autonomia locale che rischia di oltrepassare la soglia di una “disarticolazione federalista”.
Oltrepassamenti che Dossetti giudica «già più che impliciti dell’attuale governo: per il modo della sua formazione, per la sua composizione, per il suo programma e per la conflittualità latente ma non del tutto occultata con il capo dello Stato»; e paventa l’evoluzione della Repubblica «in Principato più o meno illuminato, con coreografia medicea (trasformazione appunto di una grande casa economico-finanziaria in signoria politica)».
La preoccupazione è resa più forte dal riferimento al pericolo di referendum istituzionali «circondati da una forte emotività imperniata sulla figura di grande seduttore». Ma il cuore del discorso di Dossetti non è questo.
Nel testo Dossetti denuncia “la caduta dell’espressione politica del cattolicesimo italiano” e ne ricerca le cause profonde.
2. La ricerca delle responsabilità
La profezia di Isaia che fa da scenario alla riflessione politica presenta l’antica metafora della notte come tempo dello smarrimento e dell’ansiosa attesa della prima luce del giorno, che reca con sé la speranza di un nuovo e più felice inizio. Sono versi che richiamano alla necessità di cercare innanzitutto nella propria interiorità le risposte alle domande angosciose sul domani, perché quel che più conta è cambiare mente e mettersi in cammino: Viene il mattino, e poi anche la notte; se volete domandare, domandate. Convertitevi, venite! È la risposta della sentinella.
La notte della politica non è arrivata all’improvviso. Nessun rimpianto per il giorno precedente: “lo sbandamento elettorale dei cattolici” ha cause profonde che vanno «oltre gli scandali finanziari e oltre le collusioni tra mafia e potere politico». Nell’avviare la sua analisi Dossetti indica in breve l’incapacità di “pensare politicamente”, la mancanza di grandi punti di riferimento e l’esaurimento intrinseco di tutta una cultura politica e di un’etica conseguente».
La notte va poi riconosciuta come notte. Occorre dire «con semplicità e forza che la notte è notte, ma sempre con l’anima della sentinella che, secondo un altro testo celebre della scrittura, è tutta protesa verso l’aurora». Il riferimento è al salmo 130: l’anima mia è verso il Signore / più che la sentinella verso l’aurora / più che la sentinella verso l’aurora.
La notte è il vuoto ideale ed etico dell’uomo, precisato come «appetito crescente di cose — che sempre più lo materializzano e cosificano e lo rendono schiavo», che si contrappone alla “inappetenza diffusa dei valori” capaci, solo essi, di dare libertà.
Non entro nel rilievo morale e politico dato da Dossetti al tema della crisi del matrimonio, della fecondità e della sessualità. Tra i sintomi di “decadenza globale” individuati da Dossetti, vorrei sottolinearne due: “l’eccesso furibondo di immagini mediatiche” che porta «all’ottundersi delle facoltà superiore dell’intelligenza, cioè la creatività, la contemplazione naturale, il discernimento, per una inabilità alla durata dell’attenzione e del confronto, e quindi dell’elementare capacità critica». E il “gravissimo ritardo” nel rinnovamento della scuola che «è sempre più inadeguata a compensare questo vuoto desolante: e in certi ambiti locali è fatalisticamente rassegnata a non funzionare più per nulla».
Questa “notte delle persone” è la notte della comunità, una notte di una profonda solitudine nella quale abbiamo ceduto la capacità di Mit-sein di Heideggeriana memoria, che Dossetti richiama per esprimere la sua idea di “esserci al mondo insieme”. Non siamo più persone ma singoli individui, con le loro rivendicazioni e i loro diritti, e costruiamo una politica — suggerisce Dossetti citando Cacciari — che si riduce a “pura contrattazione economica” e trasforma il sistema sociale in “un coacervo di accordi e di convenzioni”.
3. Le alterazioni patologiche delle relazioni sociali
Cosa fare allora? In breve: Recuperare l’ascolto nella propria interiorità per trovare le cause profonde della notte e, respinta l’illusione dei rimedi facili, costruire la coerenza del fare nel nome della giustizia. Seguiamo l’analisi di Dossetti.
Dossetti parte dalla scarsa consapevolezza della dimensione spirituale ed etica del Cristianesimo nella maggioranza dei cristiani e dell’insufficienza delle comunità che dovrebbero formarli, per fermarsi su una specifica analisi politica di particolare intensità, centrata su tre elementi della crisi:
- lo sviamento e la perdita di senso dei cattolici impegnati in politica, che non possono adempiere il loro compito proprio di riordinare le realtà temporali in modo conforme al Vangelo, per la mancanza di vero spirito di disinteresse e soprattutto di una cultura modernamente adeguata;
- una attribuzione di plusvalore a una presenza per se stessa, anziché ad una vera ed efficace opera di mediazione;
- l’immaturità del rapporto tra laici e clero, il quale non tanto deve guidare dall’esterno il laicato, ma proporsi più decisamente il compito alla formazione delle coscienze, non ad una soggezione passiva o a una semplice religiosità, ma a un cristianesimo profondo ed autentico e quindi ad un’altra eticità privata e pubblica.
Volgendo lo sguardo all’insieme della società, la denuncia della povertà valoriate di fondo si arricchisce con la denuncia di una serie di “alterazioni patologiche” dei rapporti sociali:
- Una scorretta impostazione dei rapporti tra privati, partiti e pubblica amministrazione;
- La pletoricità e macchinosità di un sistema amministrativo che non si adatta più alle dinamiche della società moderna;
- La degenerazione privilegiata e clientelare dello Stato sociale (tradito);
- Una lotta simulata alla criminalità organizzata;
- Una non adeguata valorizzazione di una nuova classe operosa di piccoli e medi imprenditori.
Aggiunge infine «l’esigenza di uno snellimento della produzione legislativa, e perciò la riforma dell’attuale bicameralismo; e soprattutto l’applicazione effettiva più penetrante delle autonomie locali, da conseguirsi, però, al di fuori di ogni mito che tende a stabilire distinzione aprioristiche nel seno del popolo italiano e che perciò tende a scomporre l’unità inviolabile della Repubblica».
4. Un impegno nella dimensione del fare
La sostanza ultima dell’oracolo della sentinella è un appello alla conversione. Si riconosce la necessità di una trasformazione interiore di un «voltarsi positivo verso il Dio della salvezza». Radice di questa conversione è innanzitutto la contrizione e il pentimento:
dobbiamo anzitutto convincerci che tutti noi, cattolici italiani, abbiamo gravemente mancato, e che ci sono grandi colpe (non solo errori o mere insufficienze), grandi e veri e propri peccati collettivi che non abbiamo sino ad oggi incominciato ad ammettere e a deplorare nella misura dovuta.
A partire da questo riconoscimento e da questa contrizione, potremo costruire su basi nuove la nostra presenza nella società:
mirare non ad una presenza dei cristiani nelle realtà temporali e alla loro consistenza numerica e al loro peso politico, ma ad una ricostruzione delle coscienze e del loro peso interiore, che potrà poi, per intima coerenza e adeguato sviluppo creativo, esprimersi con un peso culturale e finalmente sociale politico. Ma la partenza assolutamente indispensabile oggi mi sembra quella di dichiarare e perseguire lealmente — in tanto baccanale dell’esteriore — l’assoluto primato dell’interiorità, dell’uomo interiore.
Si tratta di un impegno nel quale esercitare tutte le virtù cristiane, non solo la temperanza o la castità, ma anche la fortezza e soprattutto la giustizia.
Dobbiamo ora porci come obiettivo urgente e categorico di formare le coscienze dei cristiani (almeno di quelli che vorrebbero essere consapevoli e coerenti) per edificare in loro un uomo interiore compiuto anche quanto all’etica pubblica, nella dimensione della veracità, della lealtà, della fortezza e della giustizia.
Una via d’uscita è vista da Dossetti (con Levinas) in un atto di fede, di abbandono alla parola di Dio che precede ogni ragionamento e ogni scelta, in un ribaltamento della logica occidentale nello spirito dei figli di Israele sul Sinai, che, alla proposta della Legge risposero: Faremo e udremo (Es 24,7) con una adesione al Bene “precedente alla scelta tra bene e male”. Un atto d’accettazione che precede la conoscenza ed è mezzo e via alla conoscenza. «Questa accettazione è la nascita del senso, l’evento fondante di una responsabilità irrecusabile».
L’appello alla formazione delle coscienze in modo “consapevole e coerente” conduce certamente all’impegno nella dimensione del fare, che dia concretezza ed evidenza all’adesione interiore al bene. C’è un primato del fare enfatizzato dagli ysteron proteron dei versetti citati (gli angeli che fanno la parola del Signore, attenti alla sua voce, del salmo 103; gli israeliti che rispondono a Mosè : faremo e udremo in Esodo 24,7). Ma è un fare che ha la sua sorgente in una relazione. «L’epifania dell’altro è ipso facto la mia responsabilità nei confronti dell’altro: la visione dell’altro è fin d’ora un’obbligazione nei suoi confronti» (Levinas, Quattro letture talmudiche, Il Melangolo, Genova 1982, pp. 67-97, citato da Dossetti).
Il riferimento biblico migliore per riflettere su questo delicato passaggio più che il salmo 103, mi sembra essere piuttosto Es, 24, 7.
La metafora militare degli angeli e delle schiere celesti del salmo 103 depotenzia forse, di fronte alla nostra sensibilità moderna, il valore della metafora, anche se vale ad introdurci alla sua comprensione spirituale. Gli angeli obbediscono innanzitutto al comando del Signore e per questo sono attenti al suono della sua voce. La profonda adesione alla sua volontà precede e guida all’ascolto della sua voce.
Ancora più intensa l’inversione di Esodo 24, 7. Sul Sinai, alla promessa di yhwh il popolo aveva risposto «tutto quello che yhwh ha detto, noi lo faremo». In 24,7 l’impegno viene ribadito e precisato con aggiunta di “e ascolteremo”. L’impegno a fare ciò che l’alleanza richiede, comporta una attenzione costante a quel che la parola di Dio richiede. Annota Priotto: «qui il popolo non solo riconosce e accoglie la mediazione di Mosè, ma si impegna riconoscere ad accogliere quella mediazione permanente che è il libro dell’alleanza. L’impegno a osservare le parole di yhwh comporta dunque l’impegno di ascoltare le parole scritte nel libro» (M. Proietto, Esodo, Figlie di San Paolo 2014, p. 466).
5. Suggerimenti per un impegno politico
In un linguaggio che può più direttamente riguardare i cristiani di oggi, l’esperienza di fede richiede un coerente impegno, ed è nel fare che potremo riuscire ad intendere e attuare la parola di Dio. Solo chi fa, ascolta veramente. L’impegno nella società ha una sua sorgente nell’esperienza di fede; la fede richiede un comportamento coerente in ogni dimensione delle relazioni che ci realizzano come persona e come cristiano.
La profezia di Isaia esprime lo smarrimento della notte, l’attesa ansiosa dell’aurora, la necessità di una conversione che renda operante il rinnovamento sperato. È però il salmo 130 ad esprimere compiutamente l’atteggiamento spirituale che sostiene la riflessione politica di Dossetti: nel grido iniziale dell’orante che riconosce le sue colpe e chiede il perdono (Dal profondo a te grido. Signore, ascolta la mia voce); nella speranza e nell’attesa della parola di salvezza della strofa centrale (io spero, jhwh; spera l’anima mia; attendo la tua parola. L’anima mia è verso il Signore più che le sentinelle verso l’aurora. Più che le sentinelle verso l’aurora!); nel passaggio dall’io al noi della conclusione, perché la grazia e la redenzione non è per il singolo, ma per il popolo tutto.
Un salmo, il 130, che esprime un profondo sentimento di consapevolezza delle proprie responsabilità che però non comporta rassegnazione perché rimane un salmo di fiducia e di fede (T. Lorenzin, I salmi, Figlie di San Paolo 2000, p. 484) che ha al suo centro un modo meraviglioso di intendere il timore di Dio, che non è suscitato dall’ira divina e dalla severa condanna per il peccato, ma dal perdono e dalla misericordia divina (Presso te è il perdono / perché tu sia temuto): «più che la collera di Dio deve provocare timore e dolore il suo amore infinito e disarmante» (G. Ravasi, I salmi, Edizioni San Paolo 2006, p. 543). Un sentimento che non vale a frenare l’anima attratta dal male ma a sostenere l’azione dell’anima rivolta al bene.
Il salmo ci riporta alla premessa necessaria di ogni rinnovamento: un gesto interiore fatto di contrizione e fiducia, una ricostruzione delle coscienze che apra ad una attesa operosa dell’aurora.
Si tratta dell’affermazione di un primato dell’interiorità che non è un ripiegarsi su se stessi, ma un prepararsi ad operare con maggiore efficacia, ad un ascoltare che ci prepari al fare, ad un fare che ci insegni ad ascoltare.
Tre i principali ammonimenti di Dossetti ai cristiani per il loro impegno nella Chiesa e nella società:
- guardare alle realtà di oggi nello spirito del Vangelo, senza ambizione di controllo delle coscienze attraverso una soggezione passiva;
- assumere il compito di formare le coscienze di cristiani coerenti e consapevoli con la volontà di costruire una cultura adeguata agli uomini e alle donne del nostro tempo;
- ricostruire un’etica pubblica e privata “nella dimensione della veracità, della lealtà, della fortezza e della giustizia”.
È un compito che ciascuna comunità ecclesiale può prepararsi a svolgere. Ma è soprattutto una esigenza e un impegno che, con autentica umiltà, va testimoniato in ogni altra comunità sociale.
Ci sono poi precise indicazioni operative per un impegno politico a superare le attuali degenerazioni patologiche dei rapporti sociali: riforma del welfare e della pubblica amministrazione, valorizzazione del lavoro in ogni forma e lotta alla criminalità, ripensamento del ruolo dei partiti e costruzione di autentiche autonomie locali nell’unità della Repubblica. Ma soprattutto: fare e ascoltare.
6. Contro la cultura della morte
L’incontro è stata l’occasione per riflettere sulla coerenza tra l’ascoltare e il fare, e sulla dimensione di impegno sociale che neppure ad un gruppo di ricerca e di formazione può mancare.
Rosario Greco, Claudio Parisi, Mario La Farina, Giuseppe Ventimiglia hanno concorso a delineare la qualità del contributo che una piccola comunità di persone può dare, anche con i suoi studi e la sua testimonianza, al contrasto alla povertà valoriate e alla costruzione di una città più giusta.
Nino Rocca e Don Corrado Lorefice ci hanno subito messo alla prova, invitandoci a porre attenzione ad una specifica e grave questione della nostra città: la diffusione del crack, vera notte di Palermo, e ci hanno fatto sentire l’angoscia delle madri dei tanti figli che assumono crack e la rassegnata disperazione delle madri di quei figli che lo spacciano.
Si tratta di una questione di proporzioni e gravità eccezionali che coinvolge in varia misura tutte le dimensioni dell’agire politico evidenziate da Dossetti: il lavoro, la mancanza di un welfare efficace, la penetrazione della criminalità organizzata nel tessuto sociale, la scarsa incisività dell’amministrazione, l’inadeguata preparazione di tutte le agenzie educative del territorio.
Occorre parlarne per evidenziare la diffusione crescente del problema, per coinvolgere tutti gli attori, a partire dai giovanissimi consumatori e spacciatori e dalle loro famiglie, per fare pressione per l’attuazione dei provvedimenti annunciati dall’amministrazione, per trasformare le manifestazioni organizzate per lanciare l’allarme in azioni concrete di prevenzione.
Da troppo tempo si parla di povertà educativa e di presidi di prossimità che dovrebbero contrastarla. Che sia ora di dare spazio alle tante iniziative dal basso che pure ci sono e organizzarle in un articolato sistema istituzionale che risponda alla complessità del problema?

