Officina formatori come comunità di pratica

Officina formatori ha istituito l’Elenco Professionale del Formatore per offrire a tutti coloro che operano in quest’ambito una comunità professionale formalizzata in cui riconoscersi. Il confronto tra i soci ha evidenziato la centralità della dimensione della comunità di pratica per la nostra identità associativa e per la nostra proposta formativa e il bisogno di approfondire e chiarire le ragioni di questo modo di intendere il nostro modo di stare nell’associazione.

Cosa significa per noi essere comunità di pratica? Sul piano dell’offerta formativa, è possibile che sia il punto di vista da cui ripensare la dimensione sociale dell’apprendimento nella formazione dei professionisti? Queste le domande che abbiamo posto nell’incontro 18 febbraio 2023. Nelle righe che seguono una sintesi dello scambio, con le prime risposte e, soprattutto, con le nuove domande che ha generato.

 

Un dominio, una pratica, una comunità

Sappiamo che una Comunità di pratica definisce la sua identità attorno ad un dominio di interesse. Qual è il nostro dominio, l’ambito di interesse condiviso? La prima risposta è semplice: la formazione. Questa prima risposta richiede però un approfondimento. Il significato del nostro dominio si chiarisce meglio se rispondiamo alla domanda “perché la formazione”?

La nostra è una comunità di pratica se oltre a coltivare un interesse, condividiamo una pratica professionale, da cui parte e a cui ritorna ogni nostra riflessione e ogni nostro scambio. Che cosa significa condividere una pratica professionale?

Nel perseguire l’interesse per il nostro dominio, ci impegniamo in attività congiunte e discussioni sulla nostra pratica professionale, ci aiutiamo a vicenda, condividiamo informazioni, costruiamo relazioni che ci consentano di imparare gli uni dagli altri. Siamo già per questo comunità? Quali attività definiscono una comunità?

 

Il dominio. Cos’è per noi la formazione?

A partire da queste domande, abbiamo ripercorso insieme il nostro modo di intendere dominio, pratica e comunità.

Riguardo il dominio, Il significato che gli attribuiamo si chiarisce meglio se rispondiamo alla domanda “Perché la formazione?”, precisando da quale ambito di interessi ciascuno si accosta alla formazione.

Nel gruppo protagonista dell’incontro sono rappresentati almeno quattro ambiti: educazione e formazione in ambito scolastico; formazione in azienda; formazione degli adulti; formazione in ambito sanitario.

Tra chi opera nella scuola c’è chi pensa alla formazione e alla comunità di pratica per vivere in una diversa dimensione il proprio ruolo professionale. C’è poi chi sottolinea che è proprio “la scuola che deve cambiare”, gli insegnanti sono perciò chiamati a “modificare il proprio mestiere”, ed è questo il compito della formazione.

Nella formazione degli adulti, come nella scuola, il compito della formazione è, per convinzione diffusa, la promozione dell’autonomia delle persone: “favorire l’autonomia”, “rendere autonome le persone”, guidare alla fondamentale competenza di “apprendere ad apprendere”, valorizzando “esperienza”, “emozioni”, “corpo”.

Per lo stesso formatore, fare formazione significa “annaffiare giardino della capacità critica”, “continuare a imparare per il piacere di farlo” e, insieme a chi decide di imparare, “creare libertà”.

Per molti di noi, già negli scambi precedenti all’incontro, qualità della formazione significa qualità del lavoro e della vita sociale, significa sviluppo economico e migliore qualità della vita, progresso nella partecipazione democratica e nella promozione dei diritti, gestione dei conflitti e cultura della pace. Senza trascurare la gratificazione personale per il riconoscimento sociale (economico e morale) della qualità del nostro impegno, come formatori e come professionisti formati. Questo e tanto altro significa coltivare l’interesse per la formazione intesa come garanzia della qualità dei professionisti e della conseguente crescita della comunità sociale.

Il quadro va ancora ampliato e precisato, ed è perciò importante che ciascuno dei soci contribuisca ancora a rispondere alla domanda “perché la formazione?”, aiutandoci a definire il nostro dominio, il nostro modo di intenderlo e di viverlo. Le risposte possono essere legittimamente diverse e molteplici e aiutarci a delineare la ricchezza del dominio e i tratti che lo definiscono in modo unitario nella molteplicità degli aspetti.

 

La pratica. Cosa facilita cosa ostacola la condivisione delle pratiche professionali?

Il chiarimento sul nostro dominio è solo il nostro punto di partenza. La nostra è infatti una comunità di pratica se, oltre a coltivare un interesse, condividiamo effettivamente una pratica professionale, da cui parte e a cui ritorna ogni nostra riflessione e ogni nostro scambio. Una comunità di pratica non è solo una comunità di interessi. I membri di una comunità di pratica condividono, appunto, una pratica. Hanno cioè deciso di sviluppare e condividere un repertorio di risorse: esperienze, storie, strumenti, modi di affrontare problemi ricorrenti; in breve, una comune pratica. A che punto siamo in questa direzione? Che cosa facilita e che cosa ostacola la condivisione delle pratiche? Lo abbiamo chiesto ai nostri soci nel corso dell’incontro ed ecco le risposte.

Alla domanda “cosa facilita la condivisione di pratiche?”, le risposte dei partecipanti all’incontro possono essere ricondotte a tre aspetti principali: l’atteggiamento delle persone, l’esistenza di un bisogno condiviso; le occasioni e gli strumenti di partecipazione. La comunità di pratica è facilitata da:

  • persone che si vogliono mettere in gioco e che sono motivate; la consapevolezza di ciò che vogliamo condividere; la convinzione della responsabilità sociale; ascolto, disponibilità ad andare oltre se stessi; il desiderio di imparare e la capacità di dialogo;
  • presenza di spazi pensati per la condivisione; uno spazio-tempo dedicato in cui lavorare insieme mediante una metodologia partecipativa; il confronto regolare in cui scambiare esperienze;
  • sentire il bisogno; avere un problema che non si è capaci di risolvere; il desiderio di trovare soluzione ai problemi.

E ancora, secondo gli intervenuti, ci sono due importanti elementi da considerare. Facilitano la condivisione di pratiche «l’esistenza di un know how consultabile, condiviso e flessibile che, via via si arricchisce» e “le differenze fra i partecipanti”.

Alla richiesta di precisare un proprio bisogno che motiva alla comunità di pratica queste le risposte:

implementare a distanza le pratiche con cui in presenza cercavamo di stimolare un cambiamento degli atteggiamenti; condivisione e crescita continua; riconoscimento e rispetto del lavoro altrui; scambio e apertura a nuove modalità e strumenti; bisogno di condivisione, di apprendere dall’esperienza, di pensare il cambiamento; non sentirmi sola davanti a nuove sfide; condividere ottimi errori; costruire comunità per rendere più rapido il cambiamento sociale più intensa la mia vita.

Alla domanda “che cosa ostacola la condivisione di pratiche?” Alcune risposte evidenziano il venir meno di una adeguata motivazione: “stanchezza”, “pigrizia”, “frustrazione per un cambiamento che stenta a verificarsi”, che si lega talvolta ad una certa “volontà di cambiare gli altri” e rischia di generare “poca fiducia nell’altro”. Altre risposte possono esser ricondotte ad un atteggiamento autocentrato che certamente non favorisce la comunità di pratica: “narcisismo”, “autoreferenzialità”, “eccessivo attaccamento ai propri modelli”, “il presumere di avere soluzioni pronte ai problemi”, “pensare di avere più ragione degli altri”.

Si sottolinea che anche “l’assenza di spazi e occasioni” può rappresentare un limite alla condivisione di pratiche. Risultano però più problematici due atteggiamenti frequenti nei formatori: “la gelosia del sapere”, “il sentire lo scambio come diminuzione e non come moltiplicazione delle risorse”, il considerare il proprio sapere come un vantaggio sul mercato della formazione: «Nella mia pratica ho visto ostacolare la comunità di pratica dal “mercato del formatore”, dalla logica capitalistica del bene che possediamo come cosa nostra».

Il tema della concorrenza tra formatori era stato già proposto da Luigi Gilberti in un messaggio del 29 ottobre 2022, inviato sul forum dell’associazione in risposta alla proposta di incontrarci per riflettere sull’Officina formatori come Comunità di pratica. La difficoltà rappresentata dal mercato della formazione e dall’idea del sapere come possesso personale sembra essere dimostrata dalla tendenza di quei formatori che «non scambiano conoscenza e pratica se non “pubblicando”, cioè mettendo il timbro sulla conoscenza». Va detto che conosciamo bene questa tendenza, ma che possiamo portare nello stesso tempo molti esempi di testi diffusi sui nostri forum molto prima di essere pubblicati, di molti altri costruiti nell’interazione in piattaforma, e che siamo spesso compiaciuti e non irritati delle nostre slide che circolano nei corsi più diversi, anche se non nascondiamo che ci fa piacere se la fonte viene citata (sia per il riconoscimento del lavoro, sia perché apprezziamo la correttezza di chi lo utilizza).

La comunità e la sua articolazione in gruppi

L’impegno alla condivisione delle pratiche professionali che deriva dall’alta considerazione del ruolo della formazione richiede tempo e una lunga interazione, non è il risultato immediato di una enunciazione di intenti. Nel perseguire l’interesse per il nostro dominio, ci impegniamo in attività congiunte e discussioni, ci aiutiamo a vicenda, condividiamo informazioni, costruiamo relazioni che ci consentano di imparare gli uni dagli altri, documentiamo il lavoro comune e diamo notizia delle attività che svolgiamo. Siamo già per questo una comunità? Per rispondere a questa domanda abbiamo utilizzato un breve questionario. Quali obiettivi comuni qualificano la nostra comunità? Quali attività promuovere per sostenere l’interazione? Quali sono gli strumenti di questa interazione?

Le risposte alla domanda sul nostro obiettivo sono servite a ripercorrere le nostre idee sul valore della formazione e della condivisione di pratiche professionali ed hanno evidenziato le seguenti priorità:

Affrontare insieme problemi comuni; dare e ricevere supporto nelle attività professionali; costruire conoscenza di qualità; discutere sviluppi possibili e proporre strategie; incontrare altri punti di vista e confrontarsi con l’esempio di esperienze simili.

Di grande interesse le risposte alla domanda sulle attività da promuovere per sostenere l’interazione nella comunità:

il lavoro di gruppo, incontri tematici periodici; progettazione e documentazione di esperienze; lo studio di caso.

Gruppo e compito si rivelano aspetti importanti del nostro modo di intendere la comunità. Non ci pare sufficiente la semplice collaborazione e la consulenza reciproca. Anche nella comunità di pratica la comunicazione e la condivisione sono, in una certa misura, orientate ad una più precisa cooperazione ad un risultato comune. Nel messaggio di Gilberti citato per gli ostacoli del mercato, era presente una seconda sollecitazione che ha anticipato questo nuovo aspetto della nostra riflessione. L’ambiziosa idea di comunità di pratica che produce conoscenza di qualità e valore sociale «ha bisogno del gruppo come struttura sociale in cui realizzarsi, perché è nel gruppo che lo scambio e la diversità e il conflitto diventano valore». Ne deriva un invito a riflettere sulla relazione che intercorre tra la nostra comunità di pratica e i gruppi di lavoro che di volta in volta attiviamo su specifici compiti. Si tratta di una relazione essenziale, perché gli obiettivi più alti della comunità possiamo raggiungerli grazie alla articolazione in gruppi, senza i quali potremo realisticamente pensare solo ad una collaborazione del tipo: “Ragazzi non mi funziona questa cosa, voi come fate?”.

Le risposte alla terza domanda sugli strumenti di interazione evidenziano l’esigenza di una prospettiva integrata presenza-distanza, sincronia-asincronia, mente-corpo. Tre gli strumenti indicati: la piattaforma per la comunicazione sincrona audiovisiva a distanza, gli incontri in presenza, la piattaforma per interazione asincrona e documentazione.

Condividere una cultura

Nell’avviarci alla conclusione, abbiamo ripercorso gli elementi distintivi della cultura della comunità di pratica proposti da Wenger, riassumendoli così:

  • iniziativa comune: condivisione dei problemi, delle alternative percorribili, delle priorità negoziate fra i membri e generanti una comune consapevolezza;
  • impegno alla reciprocità: i membri interagiscono e condividono le proprie singole esperienze per alimentare l’apprendimento collettivo e la fiducia;
  • patrimonio condiviso: conoscenze, strumenti, artefatti e routines che veicolano il sapere collettivo e custodiscono la storia, la memoria della comunità;
  • non esistono differenze di tipo gerarchico: tutti hanno uguale importanza perché il lavoro di ciascuno è di beneficio all’intera comunità;
  • non esistono informazioni riservate: tutti hanno piacere di condividere tutto. Chi ha conoscenza e la tiene per sé è come se non l’avesse.

Ci pare che ciascuna di queste dimensioni risulti rafforzata dalla pratica del lavoro di gruppo su compito che valorizza le differenze e i conflitti per la costruzione di risultati comuni. Comunicazione e Condivisione, e cooperazione sono del resto le attività costitutive di una comunità e la stessa collaborazione (il lavoro occasionale di sostegno reciproco per le attività che ciascuno separatamente conduce) trae forza dalla capacità di cooperazione (il lavoro comune attorno ad un risultato) attraverso i compiti che la comunità affida di volta in volta a gruppi che affrontano uno specifico problema. Come è accaduto, ad esempio, con il gruppo che abbiamo costituito in questa occasione per chiarire cosa intendiamo per Comunità di pratica, o che costituiremo per delineare il profilo del formatore in cui ci riconosciamo, o per progettare una comune attività di ricerca, di formazione, di impegno sociale.

 

E sul piano dell’offerta formativa?

Questa, in breve, mi pare l’ipotesi da cui partire per un lavoro che punti a delineare il profilo del formatore dell’Officina formatori. Le comunità di pratica si basano sull’idea che l’apprendimento è un processo essenzialmente esperienziale e sociale, la formazione che realizziamo non può che esprimere un approccio metodologico conseguente e deve promuovere una forte interazione tra i corsisti e spingerli a negoziare nuovi significati e a scoprire nuove pratiche all’interno del gruppo, prima, nella comunità professionale poi.

Chi vive la formazione in una comunità non può che formare alla comunità. Questo significa indurre i corsisti a costruire una interazione tra loro oltre il corso, perché costruiscano a loro volta, nel loro dominio, un gruppo sociale che abbia l’obiettivo di generare conoscenza organizzata e di qualità in cui ogni membro impara dall’esperienza dell’altro. Questo è però il compito di un diverso gruppo di lavoro.

 

Hanno partecipato all’incontro Francesco Cortimiglia, Renza Cambini, Glauco Zanotti, Irene Cambria, Lorenzo Campese, Maria Luisa Pasquarella, Luigi Gilberti, Maria Grazia Rotolo, Adalberto Codetta, Angela Landonio, Vittoria Castagna, Giacomo Brucciani, Maria Paola Cafarelli, Fernando Battista.

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