Il delfino - percorsi formativi

L'officina dello storico

L'orto di Pomona

L’agricoltura è da sempre sinonimo di civiltà, per una ragione che possiamo oggi sintetizzare così: il suo sviluppo segna la divisione del lavoro e la specializzazione che hanno consentito il primo sorgere delle civiltà.

 

Dello stretto legame tra agricoltura e civiltà è già consapevole Omero: Ulisse manda spesso i suoi a vedere “che gente su quella terra vivesse pane mangiando (sìton èdontes)” e ogni incontro con uomini che non si nutrono di frumento è sicuro preludio di guai.

 

Polifemo, che è il prototipo del selvaggio violento e inospitale, era un  gigante mostruoso “che non somigliava ad un uomo che si ciba di pane (sitòfago)”. E gli ingiusti ciclopi, privi di leggi e di assemblee, “non piantano pianta di loro mano, non arano” e non certo perché scoraggiati dalla ingenerosità del suolo, che al contrario “produrrebbe ogni sorta di frutti… e vigne durevoli potrebbero crescervi… e folta sempre la messe alla stagione potrebbero mietere”.

 

Guardare alla storia di un determinato territorio, aiuta a comprendere meglio il contributo dato da geologi e agronomi per la ricostruzione delle condizioni che resero possibile un insediamento, e dello stesso sviluppo della vita della comunità nella sua costante interazione con il territorio. L’affascinate ricostruzione che Giuseppe Barbera fa dei caratteri dell’ambiente e della nascita dell’agricoltura nella Storia di Palermo (poi proseguita in una monografia del 2000 intitolata  L’orto di Pomona) è però anche l’occasione per una riflessione sul contributo delle scienze dell’ambiente al livello di civiltà raggiunto da una comunità e alla costruzione di un progetto educativo al passo con le esigenze dei tempi.

Polifemo non conosce il grano, e non conosce il vino (almeno quello prodotto dalle vigne coltivate dall’uomo), simboli di civiltà prima che alimenti, non conosce il pomo e non conosce la rosa, ci racconterà Teocrito, come doni per la donna amata. Il ciclope vive insomma in una terra che non conosce ancora l’arte della coltivazione, non conosce la civiltà: non è ancora diventata l’orto di Pomona.

 

Un altro esempio eloquente dello stretto legame tra agricoltura e civiltà nella visione degli antichi lo troviamo in Egitto, ove Osiride è insieme dio agrario e civilizzatore:  libera gli egiziani dalla povertà e dalla ferinità della loro vita, mostra loro i frutti dell'agricoltura ed insieme stabilisce leggi e insegna ad onorare gli dei.

  

La rivoluzione industriale ha per breve tempo suggerito, con una diversa visione del lavoro, altri indici di sviluppo e di civiltà. Finché non ci si è accorti che, in conseguenza dell’intenso e disordinato sfruttamento a cui sono sottoposte, le risorse naturali iniziano a mostrare i loro limiti e il limite dello stesso sistema produttivo: abbiamo infatti la sorprendente capacità, nessuno ormai può ragionevolmente dubitarne, di distruggere le basi stesse della nostra esistenza.

 

Ecco allora che l’agricoltura – e insieme ad essa tutte le scienze dell’ambiente – rimane simbolo della civiltà tutta. Anzi, lo è ancor di più oggi che la cura del territorio, la protezione e lo sviluppo dell’ambiente, sono divenute fondamentali non solo per la qualità della nostra vita ma addirittura per la sopravvivenza degli insediamenti umani: l’abbandono di colture tradizionali, il deturpamento del paesaggio non solo impoveriscono progressivamente il tessuto economico ma mettono a rischio la nostra stessa sicurezza.

 

Sicilia che nasconde or sa donare

Coppa è di Bacco, l’orto di Pomona

Tanto di frutta questa fa abondare

Che di grappoli quello la incorona

 

Louis de Gongora, Favola di Polifemo e Galatea

 

 

In questo contesto, di fronte alla complessità dei problemi in campo uno dei valori più alti della civiltà è la capacità di dialogo tra competenze diverse. Molti gli esperti di cui abbiamo bisogno:

i geologi, gli esperti del suolo che ci dicono della conformazione del territorio e dei rischi di improvvisi dissesti o dell’avanzata della desertificazione;

i naturalisti – zoologi, botanici, entomologi… – che studiano i caratteri dell’ambiente, i mari e i boschi, la fauna e la flora del nostro ambiente, e ci insegnano ad apprezzarne le meraviglie e a difenderne il precario equilibrio;

gli agronomi, gli alunni di Pomona, esperti della coltivazione e delle politiche agricole per il sostegno delle attività economiche e la protezione del paesaggio;

gli ingegneri, gli architetti e quanti si occupano della riqualificazione del territorio  e della progettazione delle infrastrutture di servizio necessarie ad uno sviluppo sostenibile;

e ancora i geografi, gli economisti, gli esperti di sistemi complessi che si occupino di rapporto tra spazi urbani e spazi rurali, tra il mare e l’entroterra, tra la città che viviamo e il mondo intero con cui siamo in costante dialogo.

Ci servono educatori che a tutte queste discipline si rivolgono per costruire un'offerta formativa adeguata alle sfide dei tempi che viviamo. Ci serve il contributo di tutti coloro i quali sentono il territorio con i suoi caratteri come una parte della propria storia e della propria identità e colgono la necessità di investire in questa direzione per la qualità del proprio futuro.

Da un simile dialogo si costruisce l’orto di Pomona: il luogo ove il lavoro dell’uomo trasforma il paesaggio senza mai deturparlo, introduce l’innovazione della sua creatività senza turbare gli equilibri ambientali, protegge e valorizza le risorse naturali di cui disponiamo ricercando e promuovendo una crescita armonica.

F. C.

 

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