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| Storia
di Palermo
I
cacciatori del Paleolitico
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L'officina
dello storico
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Un
ambiente favorevole all'insediamento
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Armi
ed utensili in pietra
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La punta a dorso abbattuto
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Un'alta
densità demografica
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Una
pacifica convivenza
·
Approfondimenti
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Verifica
Sommario
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Il
Paleolitico
nel palermitano È ancora impossibile affermare,
con evidenze archeologiche sicure, se il territorio palermitano e la la
stessa Sicilia fu abitata sin dal Paleolitico inferiore, cioè alcune
centinaia di migliaia di anni fa, durante le ultime glaciazioni. Pochi
sono infatti i dati raccolti e privi di notizie sul contesto
stratigrafico.
La certezza
della presenza dei primi abitanti in questo territorio possiamo averla
soltanto per il Paleolitico superiore (a partire da circa 16.000 anni fa),
quando quasi tutte le grotte del litorale furono abitate dai primi gruppi
di cacciatori che scorrazzavano indisturbati in un ambiente profondamente
diverso, non soltanto per quanto riguardava vegetazione e fauna, ma anche
per la morfologia, soprattutto costiera.
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Un
ambiente favorevole all’insediamento
Una fitta vegetazione arborea, propria di un clima temperato e
piovoso, copriva sia le montagne che la pianura; questa, resa piú ampia
da una linea di costa piú bassa dell’attuale di oltre 50 metri, era
anche occupata da vaste aree umide di diversa natura per la presenza di
sorgenti, acque ristagnanti, corsi d’acqua, zone palustri e lacustri.
Gli
abitatori delle grotte si sostenevano con le attività di caccia e
raccolta, utilizzando le abbondanti risorse animali e vegetali disponibili
nelle foreste, nelle radure liberate con il fuoco, nelle paludi o lungo i
fiumi e la costa marina da cui erano tratti in abbondanza i molluschi.
Gli animali
cacciati erano, tra la grande fauna, principalmente il bue selvatico (Bos
primigenius), il cavallo selvatico (Equus hydruntinus), unici superstiti
delle precedenti fasi medio-pleistoceniche, il cervo (Cervus elaphus), il
cinghiale, la volpe.
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L'Epigravettiano fu una delle piú incisive nel panorama culturale dei cacciatori del
Paleolitico superiore europeo, tanto che la sua influenza si estenderà
soprattutto nelle nostre zone mediterranee, anche al di là della fine del
Pleistocene (e, quindi, del Paleolitico superiore), fino al Mesolitico.
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Armi
ed utensili in pietra La principale fonte
di conoscenza sui primi cacciatori paleolitici del Palermitano la
ricaviamo dal ricco armamentario litico che essi ci hanno lasciato nei
depositi stratificati presenti nelle grotte, a cui si aggiungono i
graffiti di figure animali incisi sulle pareti delle grotte, e i resti di
pasto. Ma è dall’esame di questi repertori litici si deduce con
chiarezza l’importanza dell’attività venatoria, poiché figurano
numerosi strumenti certamente adoperati come armi o come utensili
necessari per il trattamento delle prede conquistate. Nelle grotte palermitane è stato ritrovato
lo strumento classico della tradizione tipologica e tecnologica delle
industrie epigravettiane: la cosiddetta “punta a dorso abbattuto”.
L’occupazione delle caverne palermitane da parte dei primi gruppi di
cacciatori paleolitici, avvenuta sul finire del Pleistocene, si inquadra
dunque in quel periodo che va sotto la definizione di “Epigravettiano”.
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La
punta a dorso abbattuto La punta a dorso
abbattuto, fossile guida per questo periodo e per questa tradizione
culturale, è uno strumento allungato, con un’estremità appuntita
caratterizzato da due bordi diversamente trattati: uno assottigliato e
spesso affilato, un’altro profondamente ritoccato in modo da creare una
superficie frastagliata e ruvida.
Si pensa che
questa particolare conformazione sia stata il frutto di una vera e propria
“invenzione” che dovette dovette consentire un notevole miglioramento
delle tecniche di caccia. La sua conformazione consentiva infatti di
tafiggere il corpo dell’animale colpito grazie all’estremità appuntita
ed al lato assottigliato e tagliente. Il bordo erto, ruvido e frastagliato
lacerava invece la pelle della povera vittima allargandone la ferita e
aumentando l’efficacia del colpo.
Ma l’armamentario del cacciatore
epigravettiano comprendeva anche altri strumenti cartteristici, come il
grattatoio, adoperato probabilmente per la lavorazione delle pelli, i
bulini, le semplici lame, le lame troncate, varie tipologie di punte e
strumenti geometrici.
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Un’alta densità demografica L’alta
concentrazione di grotte naturali attestano un’alta densità demografica
nel periodo in questione. Dobbiamo ipotizzare, pertanto, l’esistenza di
tantissimi gruppi plurifamiliari, ognuno abitante in una caverna ove erano
concentrate tutte le attività sedentarie come la cottura dei cibi, la
lavorazione delle pelli, del legno e dell’osso, ma anche talune pratiche
magico-religiose e, più tardi, la sepoltura dei defunti, come dimostra il caso della
Grotta Molara. Quasi del tutto assenti sono i casi di insediamenti umani
all’aperto, cioè al di fuori delle grotte.
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Approfondimenti
Per una più diffusa trattazione delle questioni riguardanti l'età
paleolitica nel territorio palermitano, si rimanda a: La preistoria, di
Sebastiano Tusa e I caratteri dell'ambiente e l'agricoltura, di
Giuseppe Barbera, in Storia di Palermo,
a cura di Rosario La Duca, volume I, L'Epos, Palermo 1999.
Si rimanda sempre al Cd Rom accluso al volume
per la ricca documentazione fotografica dei luoghi e dei reperti e per
la individuazione sulle mappe delle grotte e dei siti.
Si vedano in proposito, su questo
stesso sito, le proposte di laboratorio
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Una pacifica coesistenza Tale
densità significava che il territorio palermitano, pur essendo intensamente
popolato, poteva offrire campi di caccia e, successivamente, anche di
raccolta di molluschi e piante, sufficienti a tal punto da permettere una
pacifica coesistenza tra le varie comunità cavernicole. Anzi, tale pacifica
coesistenza si spingeva anche a forme di collegamento tra varie comunità,
dal momento che un luogo come la Grotta delle Incisioni all’Addaura ha con
tutta probabilità rivestito il ruolo di santuario funzionale alla periodica
esecuzione di riti da parte di gruppi provenienti non soltanto dalle grotte
limitrofe, ma anche da quelle di tutto il comprensorio del Monte Pellegrino,
e forse anche oltre.
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