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L'officina
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Cittadinanza
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| Storia
di Palermo
Il
Neolitico
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Il
laboratorio dello storico
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Elemento
di falcetto in selce
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Un
ambiente favorevole
·
Il
grano
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Dalle
grotte ai villaggi
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Le
culture di Stentinello e Serra d'Alto
·
La
facies di Diana
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Approfondimenti
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Verifica
Sommario |
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La
stratigrafia A
partire dalla prima metà del VI millennio a.C., le testimonianze che
giungono dalla non lontana grotta dell’Uzzo, indicano il passaggio al
Neolitico e quindi ad un sistema di produzione di cibo basato sulla
coltivazione delle piante e sull’allevamento degli animali. Per il
territorio palermitano non abbiamo l’evidenza di una sequenza
stratigrafica continua come nella Grotta dell’Uzzo, ma l’esistenza di
varie fasi cronoculturali attestate nella Grotta Molara (tra le quali sia
il Mesolitico che il Neolitico) ci dà sufficiente certezza della
transizione, e ci induce a pensare che la comunità di cacciatori e
raccoglitori che abitò in quella caverna visse quel cambiamento e forse
ne fu tra i principali artefici in questa parte della Sicilia.
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Un
ambiente favorevole Il passaggio dalle attività di caccia e
raccolta a quelle agropastorali è da intendersi come graduale e deve
compiersi, quindi, in un contesto ambientale favorevole ad entrambe. Gli
ambienti costieri siciliani, e quello palermitano, furono perciò
particolarmente adatti a favorire la trasformazione. C’erano ampie aree
boscate che costituivano rifugio per le specie da cacciare; il mare
permetteva la raccolta di molluschi e le attività di pesca; nella piana,
le radure liberate col fuoco si rendevano disponibili al pascolo degli
animali selvatici, alla raccolta intensiva di specie selvatiche e, più tardi, alla semina di piante selezionate e al pascolo degli animali
divenuti domestici; i fiumi e le acque interne, oltre che alle attività
di pesca, rendevano freschi e fertili i suoli alluvionali con le
periodiche esondazioni, e fornivano l’acqua per i primi, rudimentali
interventi d’irrigazione. Si tratta di caratteristiche ambientali
analoghe a quelle che nel Vicino Oriente, alcuni millenni prima, avevano
portato alla nascita delle prime società agricole.
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Il
grano Il mito racconta
che Demetra abbia, proprio ai siciliani prima ancora che agli ateniesi,
donato il frumento, ma l’assenza nella flora locale dei precursori
selvatici dei cereali esclude la possibilità di un’autonoma
affermazione dell’agricoltura nell’isola. Non è neanche pensabile,
per il livello raggiunto dalla cultura mesolitica, un’improvvisa ed
esclusiva introduzione dall’esterno. È probabile, invece, che
all’affermazione della cultura neolitica in Sicilia abbiano insieme
concorso la lenta diffusione d’innovazioni genetiche e tecniche dal
Vicino Oriente e forse anche dal Nord Africa e le conoscenze acquisite dalle
popolazioni locali, relative, ad esempio, all’addomesticamento di alcune
leguminose e di animali.
Su
terre alluvionali e prossime ai fiumi o alle sorgenti, il suolo veniva
superficialmente lavorato con il ricorso a rami o corna di cervo, veniva
quindi seminato e si procedeva infine alla mietitura utilizzando
piccoli falcetti in pietra od ossidiana, fissati su supporti di legno. Per
conservare i semi raccolti cominciano ad esser costruiti appositi
recipienti in ceramica, da un artigianato che produrrà via via oggetti di
foggia ed uso diverso, con forme e decorazioni in continua evoluzione che
ci aiuteranno a individuare fasi culturali diverse succedutesi nel
territorio.
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Frammento ceramico neolitico dalla Grotta
Impisu
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Dalle
grotte ai villaggi La
nascita delle società agro-pastorali soppiantò quasi del tutto le
preesistenti società di cacciatori e raccoglitori, provocando radicali
mutamenti culturali e sociali, anche se, qui come altrove, questo processo
non fu affatto repentino ed ebbe bisogno di diversi secoli per compiersi del
tutto. Nel suo progressivo emanciparsi rispetto alla
natura l’uomo abbandona il condizionamento della grotta e sceglie la
propria dimora costruendo i primi villaggi all’aperto.
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Olla neolitica del tipo Serra d'Alto
Frammento di olla di Stentinello
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Le
culture di Stentinello e Serra d'Alto Agli
inizi del XX, secolo in occasione della costruzione della via Pietro
Bonanno, presso Villa Belmonte, fu fortuitamente identificato uno dei villaggi neolitici
dell’agro palermitano, lungo le pendici orientali del Monte Pellegrino.
Dai pochi materiali raccolti e divulgati dal Gabrici intuiamo la presenza di
ben due fasi di vita neolitica in quel luogo. Alcuni materiali si inquadrano
infatti nella prima o seconda facies del Neolitico siciliano, cioè
rispettivamente in quella a ceramica impressa e di Stentinello; ma vi è
parte di un vaso che si inquadra perfettamente nella successiva cultura di
Serra d’Alto o meandro-spiralica. Si ipotizzare perciò un primordiale
insediamento neolitico non lontano dalle grotte precedentemente e
contemporaneamente abitate a conferma del carattere progressivo di questa
emancipazione dell’uomo neolitico rispetto al suo passato di cacciatore
cavernicolo. L’insediamento si trovava in una posizione ideale poiché
continuava a vivere del mondo rupestre del Monte Pellegrino, ma si apriva
anche alle vaste pianure della Conca d’Oro.
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Approfondimenti
Per il neolitico nel palermitano si rimanda a La preistoria, di
Sebastiano Tusa e I caratteri dell'ambiente e l'agricoltura, di
Giuseppe Barbera, in Storia di Palermo,
a cura di Rosario La Duca, volume I, L'Epos, Palermo 1999 Notevole,
sull'industria litica, la lezione filmata di Sebastiano Tusa a cura di
Stefano Savona, inserita nel Cd Rom allegato al volume.
Sui
caratteri del territorio si rimanda all'archivio del Cd Rom e alle proposte di laboratorio
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La
facies di Diana
La
grotta continua (e continuerà per tutta la preistoria) ad essere
frequentata, ma con scopi del tutto diversi rispetto ai periodi precedenti.
Non più sede abitativa esclusiva, bensì rifugio stagionale o, più
diffusamente, funzionale al ricovero delle greggi e degli armenti. Altre
testimonianze neolitiche del territorio palermitano le troviamo infatti
ancora nelle grotte, tra cui segnaliamo tracce della fase finale di questo
periodo nella Grotta Impisu presso Sferracavallo, dove sono comparse
recentemente alcune ceramiche della facies di Diana.
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