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L'officina dello storico

Le ossa di Polifemo

Era già opinione del filosofo Empedocle che nelle caverne presso le coste della Sicilia esistessero testimonianze sicure di una stirpe estinta di giganti. Ancora nel Medioevo, persino Giovanni Boccaccio scrisse sulle “ossa di Polifemo” ritrovate in una grotta siciliana. E il mito delle ossa dei giganti, tenace e duraturo in Sicilia, ha attraversato i secoli fin quasi al Novecento: singolare esempio di un morboso desiderio di annoverare giganti tra i propri progenitori, di chi ha forse dimenticato quale significato hanno quelle creature mostruose, simbolo non certo di grandezza e sdegnosa solitudine, ma della rozza ferocia dei tempi che precedettero il diffondersi della civiltà.

Crudele contrappasso nell’esito della ricerca paleontologica, che svela che non di giganti sono le infinite ossa ritrovate nel territorio palermitano, ma di elefanti e, pensate, di elefanti nani: mentre, per il colmo dell’ironia, gli unici “giganti” che popolarono l’isola furono invece dei ghiri, di grandi proporzioni per gli scherzi che una protratta insularità pare abbia giocato nell’evoluzione di questi mammiferi.

Sulla leggenda dei giganti, già chiaramente smentita da Domenico Scinà, torna ironicamente L. Trevisan in uno scritto del 1946: “Oggi nel Museo geologico dell’Università di Palermo sono conservate ossa che Empedocle, Boccaccio e Chircherio, se potessero tornare tra i vivi, non esiterebbero a riconoscere come appartenenti a qualche parente stretto di Polifemo. Tralasciando le ossa lunghe degli arti, nei crani (che hanno lunghezza da 80 centimetri a piú di un metro) i connotati della famiglia dei Ciclopi sono di un’evidenza da non potersi negare: quel foro in mezzo alla fronte è l’infallibile segno di riconoscimento, l’occhiaia unica. I tre saggi uomini però rimarrebbero disillusi leggendo il cartello che classifica quei crani come elefantini, e bisognerebbe che qualcuno spiegasse loro che quel foro, che ha l’apparenza di una grande occhiaia, è invece il foro nasale. Un foro nasale un po’ eccezionale, ma in armonia con quel naso per il quale la natura non ha badato all’economia”.

E’ facile immaginare che il mito preomerico dei Ciclopi abbia preso le mosse proprio dai resti elefantini, che con grande frequenza e per lungo tempo si rinvennero nei depositi di riempimento delle grotte costiere del palermitano e della Sicilia.

Il carattere selvaggio di queste mitiche creature primordiali trovò efficace espressione nell’aspetto del ciclope e, in particolare nel suo unico occhio, e trovò efficace sviluppo in Omero, attraverso il confronto di Polifemo, miseramente perdente, con Ulisse, l’uomo portatore di esigenze razionali e di istanze civili che inaugura una nuova era.

Già pochi secoli dopo Omero, mentre fiorisce ormai la civiltà ellenistica, Polifemo è ormai diventato una figura buffa e grottesca: un rozzo e mostruoso gigante peloso, che si strugge d’amore per la ninfa Galatea e non sa far meglio che paragonarla alla ricotta e al formaggio. Nella terra dei mietitori, nell’orto di Pomona, Polifemo è solo ridicolo; in un tempo in cui l’amore ingentilisce i costumi e il pomo e la rosa sono dono per l’amata, come sa Buceo il mietitore, Polifemo che tutto ciò ignora si mostra ancora una volta irrimediabilmente estraneo al consorzio civile.

Nel tempo della complessità, in cui la capacità di dialogare e di lavorare in squadra è tra i segni più alti di civiltà, che non ci accada mai di coprirci di ridicolo sentendo il fascino di progenitori giganteschi e solitari

F. C.

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sai tu l’isola bella alle cui rive

Manda il Ionio i fragranti ultimi baci

Nel cui sereno mar Galatea vive

E su’ monti Aci?

Carducci, Primavere elleniche

 

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