Il delfino - percorsi formativi

L'officina dello storico

Il cacciatore dalla lunga lancia

Controversa è l'interpretazione della scena rappresentata nel complesso figurativo dell'Addaura. Quel che è certo è il carattere narrativo della rappresentazione e il carattere corale dell’azione, rappresentata con notevole naturalismo e con una sorprendente capacità compositiva e scenografica mai osservata in opere del medesimo periodo.

Quale che sia l’esatta interpretazione della scena (sacrificio umano, rito iniziatico, evoluzione acrobatica), essa rivela credenze e pratiche magico-religiose degli uomini paleo-mesolitici del Palermitano e la loro organizzazione in una comunità regolata da precise consuetudini rituali.

La scena principale è costituita da un gruppo di figure, quasi tutte rappresentate frontalmente o di profilo nell'atto di camminare, danzare, o semplicemente stanti; le due figure al centro della scena sono invece in posizione orizzontale, forse legate.

C’è chi vede nella scena un rituale incruento di iniziazione alla pubertà, in cui le figure al centro sono i due giovani iniziati, attorno ai quali si stringe la comunità.

C’è chi crede invece che si tratti di esercizi acrobatici; in questo caso i presenti osserverebbero due giovani impegnati in ardite evoluzioni ginniche, e manifesterebbero il loro stupore con ampi gesti delle braccia e del corpo.

Secondo una terza interpretazione si tratta invece di un sacrificio umano rituale, legato alla propiziazione della caccia e al culto della fertilità. Le due figure orizzontali sono le vittime designate e il tratto che collega il collo con gli arti inferiori è una corda in trazione che determinerà il loro strangolamento. Gli otto personaggi in circolo ne attendono la morte danzando.

l'ipotesi del sacrificio umano è probabilmente avvalorata dalla presenza del copricapo a forma di testa di uccello indossato da tutti i personaggi, che richiama una figura centrale della sfera magico-religiosa dei cacciatori paleolitici o mesolitici: il rapace, dominatore delle rupi e imbattibile concorrente dell'uomo nella caccia, divinità da ingraziarsi con un’offerta sacrificale.  

Fin qui la lettura del graffito (Si veda a riguardo Sebastiano Tusa, dal quale soprattutto dipendiamo). Ma come sottrarsi alla suggestione di alcuni particolari di straordinaria fattura e di potente capacità evocativa?

Nella scena in alto il graffito rappresenta, possiamo convenirne, un sacrificio umano; ma il fuoco della rappresentazione complessiva non sembra essere in questa scena. È piuttosto nella solenne figura del cacciatore con la lunga lancia, che avanza lentamente verso il luogo del sacrificio.

La figura, di grandi proporzioni, è rappresentata in atto di avanzare alla volta del luogo del sacrificio. È  profondamente incisa al centro della rappresentazione, tra la scena di sacrificio e le altre figure che compongono l’insieme figurativo: un uomo in atto di trascinare con delle corde un peso, forse una delle vittime, e una donna gravida che porta sulle spalle un grave fardello: non estranea con la sua chiara caratterizzazione femminile al significato di propiziazione della fertilità attribuito dagli studiosi al rito rappresentato. Anche la donna è forse colta nell’atto di trasportare una delle due vittime. Più in basso due cavalli, rappresentati con evidente senso della prospettiva.

La piccola figura fusiforme della scena centrale è stata indicata come il personaggio che regge avanti a sé un sacco vuoto che conterrà il corpo di un giovane sacrificato. Potrebbe perciò coincidere con la figura femminile  rappresentata nell’atto di trasportare un sacco sulle spalle.

Al centro, tra i due gruppi, il cacciatore, che non solo non partecipa alla scena del sacrificio, ma ne è estraneo e se se ne distingue  in modo netto per la posa e l’atteggiamento. Mentre porta avanti la gamba possente, tiene la grande lancia poggiata sulla spalla, il busto leggermente curvato in avanti, il braccio destro segue mollemente il movimento del corpo lungo il fianco. C’è  nell'atteggiamento dell'uomo una certa mestizia, che non offusca tuttavia il vigore e la fierezza delle forme e della posa. Egli procede con un passo pacato e solenne che contrasta con l’agitarsi scomposto delle figure impegnate nel macabro rito. Al suo fianco un daino di grandi dimensioni, forse la sua preda, forse la sua vittima sacrificale.

C’è una seconda figura, appena visibile al margine destro della scena principale, che porta una lunga lancia e sembra anch’essa manifestare la sua estraneità al sacrificio, volgendo la sua persona e la sua attenzione nella direzione opposta. È forse una sentinella che sorveglia il luogo del sacrificio ed è perciò rivolta ad eventuali pericoli esterni? È una sentinella che cerca con lo sguardo il cambio che sta attendendo? O è invece lo stesso cacciatore che, giunto sul luogo del sacrificio volge lo sguardo altrove? O è stato solamente abbozzato in questa posa (la figura, incisa in modo più leggero, è sovrastata e quasi cancellata dalla figura in alto che  partecipare al sacrificio)  prima che l’ignoto artista decidesse di raffigurare il cacciatore, all’esterno della scena e con ben altro risalto, nell’atto di avanzare solenne e inesorabile? Certo è che ancora una volta una ben tornita figura con la lancia è ritratta in atteggiamento di distacco rispetto alla scena rappresentata, ed è ancora una volta associata ad un daino.

Perché tanta evidenza perché tanta solennità in questo personaggio esterno al sacrificio? È mai possibile che tanta enfasi sia riservata solo a un cacciatore che si unisce in ritardo e malvolentieri ai compagni? 

Sì, se il cuore del l’ignoto artista è con lui e ne fa l'eroe di un momento assai più importante della consumazione di un rito violento; il cacciatore che avanza  è artefice di una piccola grande rivoluzione:  non va a partecipare al rito, va a superarlo, con un gesto che esprime la sua nuova e diversa sensibilità. Così ci piace pensare al più antico uomo del palermitano di cui abbiamo memoria e all’artista straordinario che ce l’ha tramandata. Cupo e pensoso per quel che accade, che comprende ma non approva, il cacciatore andrà forse ad assistere di malavoglia al rito, ma forse si reca a compiere un gesto semplice, ma gravido di conseguenze: lui, il cacciatore più abile e più forte, lui  che in sommo grado incarna le virtù dell’uomo e il favore della divinità, si reca a compiere un rito diverso, offrendo in sacrificio, semplicemente, la sua preda più grande, e il riconoscimento del debito verso le forze ignote che reggono il mondo.

F.C.

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Inizio pagina

Storia di Palermo

La memoria e la speranza

 

Risoluzione consigliata: 800 x 600

 

Home page

Esercizi di lettura

L'officina dello storico

Pierre Menard

Cittadinanza e sviluppo

Cont@tto

 

© 2002-2007 Francesco Cortimiglia - Tutti i diritti sono riservati