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I delfini di Dioniso

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Nella mitologia greca il delfino è legato sia al dio Apollo sia a Dioniso; ma è fra le gesta di Dioniso, come dio della fertilità e della rigenerazione, che la tradizione riporta un episodio particolarmente significativo per un percorso che cerca di evidenziare e di rendere operante lo stretto nesso tra cittadinanza e lavoro, legalità e sviluppo, pace e promozione umana.

Si tratta dell’avventura che costituisce l’argomento dell’Inno omerico a Dioniso. Il poeta narra che Dioniso si trovava un giorno sulla riva del mare, quando approdò una nave di pirati tirreni, i quali, credendo che il giovane fosse un figlio di re, lo catturarono e lo incatenarono.

Ma ecco che il dio sorrise: e subito le catene volarono lontano, e per tutta la nave corse improvvisamente un rivo di vino, la vela si mutò in una vite piena di grappoli, l’edera crebbe intorno all’albero maestro e sui banchi dei rematori.

Quindi il dio si mutò in leone ruggente e spaventò i predoni che si gettarono in mare, ove furono mutati in delfini.

Una trasformazione che non è una punizione del dio adirato, ma al contrario un segno della sua benevolenza; egli, è vero, ha ruggito ai briganti per spaventarli, ma prima ha loro sorriso, e mentre sulla nave si dispiegano i tralci simbolo della abbondanza e della rigenerazione della natura anche nei briganti avviene una trasformazione ed una rigenerazione.

Caduti in acqua, il dio li salva trasformandoli in delfini e, nel linguaggio del mito, trasformandoli li rigenera, e rigenerandoli li rende addirittura, a loro volta, segno e strumento di salvezza e di rigenerazione.

Ecco perché, festanti, nuotano in cerchio intorno a Dioniso in una celebre raffigurazione su di una coppa greca, in cui la rigenerazione rappresentata da Dioniso è espressa da una parte attraverso i simboli dei tralci e dell’uva, che richiamano la fertilità e l’abbondanza e, dall’altra, dal festoso girotondo dei delfini, la comunità beneficata dal dio, che potrebbe esser di briganti o di assassini senza la speranza che viene loro da Dioniso.

Francesco Cortimiglia

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