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Cittadinanza e sviluppo           

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Criminalità e sottosviluppo

Cittadinanza e sviluppo

Un secondo “frammento” della medesima esperienza formativa sui temi della scuola e lo sviluppo: la discussione seguita alla relazione di Mario Centorrino su criminalità e sottosviluppo

Si ribadisce nell’avvio della discussione che è importante parlare di mafia in tema di sviluppo economico visto che la mafia, ci è stato ricordato, è una struttura tendente all’accumulazione di capitale che in modo ora predatorio, ora simbiotico, ora collusivo interferisce con il sistema economico: turba il sistema della concorrenza, scoraggia l’impresa e gli investimenti, è protagonista di uno sviluppo distorto che concorre a mantenere debole l’economia reale. Non ci si può dunque occupare di sviluppo senza occuparsi di criminalità e della necessità di limitare i danni che crea in un sistema economico.

Ma è anche vero il contrario: non si può condurre una lotta per la legalità senza occuparsi di sviluppo economico, perché il bisogno di lavoro rischia di esser più forte dei valori che testimoniamo. 

È certo importante saper mostrare con chiarezza tutti i danni che la mafia arreca all’economia e che, in particolare, i posti di lavoro che pura essa crea vanno considerati in rapporto a tutti quelli che non lascia creare con la sua presenza invasiva e intimidatoria; ma è altrettanto importante essere in grado di fornire indicazioni, strumenti, modelli di riferimento per la costruzione di una economia reale più forte, in modo da suggerire una prospettiva, indicare una speranza. Non mancano i segnali di un miglioramento della qualità della vita civile e, senza ingenui trionfalismi, spetta agli educatori valorizzare questi segnali.

Esiste dunque la necessità di un modello positivo (valori, modelli di comportamento, prospettive di sviluppo) da contrapporre ai modelli negativi presenti nella società e agli atteggiamenti disincantati degli alunni e, duole dirlo, dei colleghi.

L’azione educativa acquista in credibilità ed efficacia se abbandonando la strada di vaghe genericità sul tema della legalità ci si rivolge ad una proposta organica di educazione alla cittadinanza e allo sviluppo e non ci si compiace di atteggiamenti fin troppo facili di ammiccante scetticismo, che finiscono col giustificare e rafforzare il sistema della illegalità e del sottosviluppo.

Si osserva che una tenace azione educativa può essere rischiosa e impopolare. Si ricordano in proposito esempi di battaglie per la legalità condotte nella scuola che hanno chiaramente dimostrato come la testimonianza dei valori ha un costo, misurabile, almeno in passato, in termini di discredito e isolamento.

L’azione educativa non può essere affidata ai singoli ma alla comunità nel suo insieme. Una comunità scolastica che voglia ottenere credibilità e autorevolezza deve essere un modello educativo nel suo stesso funzionamento complessivo. C’è un problema di trasformazione dell’attività didattica che se compiuto secondo un piano organico può dare un contributo decisivo all’efficienza del sistema. Ma c’è un problema più immediato: assicurarsi che i servizi che la scuola offre siano di qualità buona e siano per tutti. È infatti indecente e diseducativo l’esempio di una scuola che non riuscendo a fornire a tutti un dato servizio o un determinato standard di qualità finisce col concederlo a pochi privilegiati.

Inevitabile, trattando di mafia, lasciar posto a considerazioni più generali di educazione alla legalità. È necessario individuare in noi e attorno a noi gli atteggiamenti, i modi di pensare e di fare che sono indizio di una diffusa cultura dell’illegalità rispetto alla quale l’abitudine ha creato in noi una sorta di anestesia percettiva. Individuati i comportamenti devianti il nostro scopo non può esaurirsi nel denunciarli e condannarli, ma piuttosto nell’individuare e proporre atteggiamenti positivi che corrispondano a un modello di comportamento più accattivante, rispondente alla cultura della fiducia, della collaborazione, del senso della comunità. Bisogna mostrare che la legalità conviene, si è detto, mostrando piuttosto che il volto della condanna della devianza e della coercizione alla regola, quello dell’invito a condividere i fini della comunità e ad accettare le regole per i vantaggi che consentono di raggiungere.

Di fronte a giovani che conoscono modelli di comportamento mafiosi o di diffusa illegalità (si ricorda il caso limite del figlio del boss che a qualcuno è capitato di trovarsi in classe) la risposta non può esaurirsi in termini di condanna, ma deve privilegiare la testimonianza e il riferimento a modelli positivi.

Di fronte ai compiti che le vengono riconosciuti per la crescita socioeconomica del territorio la scuola non può essere sola, né nell’individuare e contrastare le devianze, né nell’immaginare percorsi di sviluppo: sarà una agenzia educativa (e un’agenzia dello sviluppo) in un sistema integrato. Questa apertura al territorio sarà tuttavia inefficace ed anzi addirittura rischiosa e deleteria se la scuola non si apre al confronto con chiarezza sulle proprie finalità e sulla propria identità e con un progetto organico che le definisca sia pure in modo aperto, problematico, plurale.

Si sottolinea da ultimo il passaggio di Mario Centorrino che ricordava l’importanza del recupero della memoria e della storia di un territorio per innescare processi di crescita civile ed economica.

Palermo, 18 gennaio 2001

Pass Delfino

Educazione allo sviluppo

Le condizioni culturali dello sviluppo economico

Criminalità e sottosviluppo

 

 

   

 

 

 

 

 

Il gruppo di lavoro:  Antonina Di Matteo (tutor), Giuseppe Barcellona, Caterina Buttitta, Giuseppina Caputo, Francesco Cortimiglia, Laura Di Leonardo,  Bartolomeo Evola, Franca Giammanco, Rosanna Giammanco, Salvatore Giuliano, Alessandra Guarcello, Eulalia Matranga, Caterina Pasero, Anna Pusateri, Enza Rao

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 
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