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La disillusione e la speranza
Prima
e dopo la sfida al pianoforte due incontri importanti: Il contadino del nord-est, e la
sua figliola, riconosciuta dall’accenno al segreto dell’oceano,
osservata e amata come donna e come ultima, struggente incarnazione della
speranza.
I
successivi “no” di Novecento hanno un carattere diverso: sono
decisamente legati al momento della disillusione e non sono nemmeno
pronunziati direttamente dal protagonista. Il quadro è caduto dal chiodo.
Novecento sa di essere nato per ascoltare la voce dell’oceano, e quando
decide di scendere dalla nave trova questa motivazione: ascoltare da terra
la voce del mare. Novecento tenta di scendere, ha paura di ciò che lo
aspetta, decide di risalire per sempre.
Al
di là del significato psicologico della difficoltà a scendere per chi
sia vissuto sempre a bordo, c’è in tutto questo un valore simbolico che
si intende pienamente più tardi, e, opportunamente, ciò che è passato
nella testa di Novecento sulla scaletta ci viene raccontato solo dopo. In
mezzo, la guerra, la trasformazione del Virginian
in nave ospedale, il degrado. Al di là della sconfitta che ogni guerra
rappresenta («in culo la guerra»! è il no di novecento per bocca
dell’amico), questa guerra ha un significato particolare. È la prima
grande guerra globale: alla fine, il mondo, sia pure diviso in due
blocchi, è molto più piccolo, l’oceano non è più l’immensità che
separa due mondi, non è più la possibilità di lasciare tutto e
ricominciare di cui parlava il contadino italiano. Ormai siamo in
trappola, il mondo senza reali separazioni è piccolo e infinito nello
stesso tempo.
Nel
finale il suonatore di tromba chiama il suo amico. «Novecento, dove sei»?
ripete in uno scenario di rovina e di distruzione, un ammasso angosciante
di ferraglia arrugginita.
Nell’ultimo
incontro, il chiarimento definitivo, lucido e coerente sulla impossibilità
di Novecento di scendere. La sua vita si conclude con la nave e con ciò
che ha rappresentato. In quel mondo piccolo e infinito non c’è posto
per lui. Questo ha visto fin dal tentativo di scendere dalla scaletta, ma
certo ora gli è più chiaro. In questo mondo in cui non si vede la fine
non saprebbe vivere.
Poi,
con piccola, ma inevitabile forzatura, un riferimento ai nostri tempi, nei
quali quel processo, finita la contrapposizione tra i due blocchi si sta
davvero compiendo, si sta vertiginosamente accelerando. Il mercato e la
competizione globale sembrano essere orizzonte comune di tutte le forza
politiche, anche di quelle che tradizionalmente interpretano le
aspirazioni degli ultimi.
In fine, questa volta per bocca
del negoziante, l’ultimo no di Novecento, «in culo i soldi»,
ultima stoccata ad un sistema che rischia di fare del denaro l’unico
valore: una storia vale di più di una manciata di dollari. E la musica può
così continuare, la tromba è tornata al suo proprietario e anche il
pianoforte sta per essere accordato e riprenderà a suonare nella casa di
una bella signora bionda. La speranza non si è spenta. E finché avremo
da raccontare storie come questa, è proprio vero, non siamo fregati del
tutto.
Bagheria, 12 novembre 1998
Francesco
Cortimiglia
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