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I "no" di Novecento

Dal fondo infernale della sala macchine si levano i primi no di Novecento. Non è soltanto lo spirito ribelle che accompagna le rivendicazioni e le speranze del primo novecento: mi piace leggerci una affermazione dei diritti sulla legge che è tutta nella tradizione democratica americana.

In Europa, con la rivoluzione francese si è affermata l’idea che la legge è sopra ogni cosa, perché si ebbe bisogno di un legislatore onnipotente per operare la profonda rivoluzione sociale che spazzasse vie classi e privilegi. In America si trattò invece di una rivoluzione politica che sancisse una libertà sociale già sperimentata e realizzata dai coloni e si affermò con chiarezza il primato dei diritti sulla legge: la legge vale perché garantisce un diritto che esiste prima e indipendentemente, nel momento in cui la legge si trovasse a negare il diritto naturale dell’uomo essa non avrebbe più valore. Ed ecco che la Corte suprema limita il potere del legislatore impugnando le leggi che giudica contrarie ai diritti proclamati dalla Costituzione. Dall’America si è diffuso poi in Europa il controllo costituzionale delle leggi che mitiga, anche da noi, l’onnipotenza del legislatore.

Leggi e regolamenti servono a garantire la nostra libertà, quando diventano uno strumento per conculcarla “in culo le leggi”, “in culo i regolamenti”.

Sempre dalla sala macchine arriva un no silenzioso ed eloquente al lavoro come fatica e come punizione che ci introduce al primo vero no di Novecento.

Il suo diniego più significativo, la sua prima divaricazione rispetto al sogno americano e alle aspettative del nuovo secolo la scopriamo nel grande salone delle feste, con la scena centrale della sfida. 

Novecento non crede nella competizione. Non ha nessun interesse per la gara. Quel che lo interessa e lo stupisce è «tutto il resto». Gli interessa l’oceano. Gli interessa la gente, gli interessa la musica, gli interessa la ricerca e il dialogo, ma non la competizione cui si concede malvolentieri. «È bravissimo… merita di vincere… la sua musica mi fa piangere…» confessa, sincero, a proposito del suo avversario.

"L'inventore del jazz" che viene a sfidarlo perché deve dimostrare che è lui il migliore, ha il volto del capitalismo occidentale, con la sua determinazione ad affermare il primato, con la sua necessità di competere e la sua inevitabile boria un po’ volgare del diamantino che sfavilla tra i denti, come del dente d’oro dell’armatore.  

 

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