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–
Arriva qualcuno al galoppo… Guardate signora: non ho mai visto nessuno
correre così! Si direbbe che un esercito di dèmoni gli stia alle
calcagna!
–
O lo consumi l’ansia di portarmi buone nuove…
–
È Angus!
–
Apritegli, presto! Conducetelo subito da me.
Nel
rientrare Lady Macbeth volge lo sguardo in alto, in direzione del
vessillo con lo stemma dei Glamis. – Maledetti Rondoni! Non c’è
sporgenza o fregio, non c’è bastione o angolo appena adatto ad
accogliere un po’ di paglia e fango in cui queste bestie non abbiano
fatto il loro lurido nido, per diffondere tutto intorno il fetore delle
loro uova dischiuse!
–
Vittoria!
–
E il tuo signore?
–
Ne è il primo artefice – consegna alla donna una lettera di Macbeth
– e il suo nome glorioso corre di bocca in bocca per tutta l’inghilterra
e già varca il mare a…
–
Il re è al corrente di ciò che racconti? – Interrompe bruscamente
Lady Macbeth quasi infastidita dall’enfasi dell’uomo, mentre prende
a scorrere lentamente le righe vergate dal marito.
–
Per questo lo ha subito elevato a più alti onori – riprende Ross,
tornando subito a tacere per accondiscendere all’umore della donna e
lasciar spazio alla lettera, ove immagina che stia trovando notizia di
ciò di cui ha iniziato a dire.
–
Dimmi… ma il vecchio barone di Cawdor?
–
Un pesante giudizio incombe sulla sua vita miserabile. Non so che
accordo avesse fatto con i ribelli, o in quale modo li abbia aiutati di
nascosto, ad ogni modo ha tramato per la distruzione del suo paese, e il
tradimento, provato e confessato, lo ha perduto.
–
Basta! dimmi ora del nuovo signore di Cawdor.
–
In ogni momento vostro marito ha combattuto fieramente e tra i primi,
poi i nostri sembravano in difficoltà e le sorti si erano fatte
incerte, e Macdonwald lo spietato, maledetto ribelle, riceve rinforzi di
fanti e cavalieri dalle isole d’Irlanda: proprio allora Macbeth il
valoroso, perché nessuno più di lui si merita questo titolo,
disdegnando la fortuna si fece largo tra una incredibile moltitudine di
nemici, raggiunse il miserabile Macdonwald e lo uccide. I ribelli
rimasero storditi e le sorti furono di nuovo a nostro favore. Ma ecco un
nuovo attacco da parte del re di Norvegia con truppe fresche.
Tutt’altro che sgomenti, Macbeth e Banquo, aquile e leoni al cospetto
dei quali i nemici sembrano passeri o lepri, raddoppiavano i colpi,
quasi cannoni a doppia carica. Il re di Norvegia scatena uno spaventoso
attacco, con immensa truppa (gli stendardi di Norvegia coprono il cielo
raggelando i nostri), ma il nostro signore ha domato per sempre il suo
spirito insolente.
–
Come sai tu di questo, cosa sanno di questo il re e i suoi baroni?
–
Molto ho visto io stesso… – Lady Macbeth non nasconde il suo
disappunto. –…Ma in verità ognuno è stato testimone del valore di
Macbeth in questo giorno e ognuno ne rende testimonianza al cospetto del
mondo. Uno dopo l’altro giungevano i messaggeri, e ognuno recava le
sue lodi per l’eroica difesa del regno e le riversava davanti al re.
Lady
Macbeth sembra ora soddisfatta: – Va ora, e prenditi il riposo che
meriti.
Rimasta
sola, Lady Macbeth rilegge la lettera: – Animo ambizioso… ma saprai
fare ciò che devi? Vieni presto affinché io possa versare in te il
coraggio e domare i tuoi dubbi.
Entra
trafelato nella sala un nuovo messaggero.
–
Che notizie ancora?
–
Il re sarà qui stasera
–
Sei pazzo! E il tuo padrone?
–
Sta arrivando: lo precede di poco.
–
Sorgete tutti, spiriti infernali che presiedete a pensieri di morte.
Venite alle mie mammelle di donna, e mutate il mio latte in fiele, voi
ministri d’assassinio, dovunque attendete ai misfatti della natura!
Vieni notte densa e avvolgi ogni cosa, affinché il mio coltello
acuminato non veda la ferita che fa.
–
Cawdor!
–
Mio carissimo amore, Duncan giungerà stasera.
–
E partirà?
–
Domani.
–
Non veda il sole un tal domani!
–
Che vuoi dire?
–
E non intendi? Le tue lettere mi hanno trasportato al di là di questo
oscuro presente ed ora io sento il futuro nell’istante.
–
Intendo, intendo…
–
Sei Glamis e sei Cawdor, e sarai quel che ti è stato promesso.
–
Due vaticini sono compiuti, col terzo mi si promette un trono… ma alla
corona che il fato mi offre non alzerò la mano rapace. Se il caso vuole
che io sia re, ebbene, il caso può incoronarmi senza che io mi muova.
–
I miei timori si rivelano fondati: la tua natura ci è di ostacolo: sei
troppo pieno del latte dell’umana gentilezza per risolverti a prendere
la via più breve. Pieno di delitti è il sentiero del potere e guai a
chi lo percorre con piede titubante e a ogni passo retrocede. Le
profetesse ti promisero il regno di Scozia. Perché esiti? Accetta il
dono! Il prodigio cui hai assistito non ha dato forza alla tua mano?
–
È un cattivo prodigio.
–
Non può essere cattivo! Se è cattivo perché ti ha dato un pegno di
successo cominciando con una verità?
–
Ma non può essere buono! Perché se è buono come mai cediamo ad una
tentazione orrenda la cui sola immagine mi fa rizzare i capelli e
scoppiare il cuore nel petto? Pensiero di sangue, da dove sei nato?
–
Come può aver tanta paura un uomo che dicono abbia mostrato tanto
valore in battaglia?
–
Le paure reali sono meno tremende di quelle immaginate. Il mio pensiero,
il cui assassinio è ancora soltanto fantastico, mi scuote a tal punto
che ogni attività è soffocata dall’immaginazione e nulla è per me,
tranne ciò che non è.
–
Tu vorresti esser grande, ma non sai essere malvagio. Come vorresti
ottenere ciò che desideri ardentemente, esercitando le più sante virtù?
–
Accada quel che può accadere.
–
No! Accadrà ciò che deve accadere: e il tuo fato ha oggi il mio volto
e la mia voce. Del resto io ti conosco bene: tu non reggi le trame di
morte, eppure, a fatto compiuto, accetteresti di buon grado la vittoria
ottenuta con l’inganno; hai paura di fare ciò che devi, ma non
desiderio che non sia fatto! Ma allora affidati a me e fa tacere tutto
ciò che ti tiene lontano dal cerchio d’oro con cui il fato e un aiuto
soprannaturale sembrano volerti incoronare.
–
Questo tormento è intollerabile!
–
Fuggono il tempo e l’ora nel più duro dei giorni.
–
Ne parleremo.
–
Ora! Devi farlo ora!
–
Ma non capisci che non posso! È un vecchio che tutti onorano, è legato
a me da vincoli di sangue, e sarà, in questa casa, nostro ospite. Tre
volte sacra è la sua persona, tre volte esecrando il delitto. Non
procederemo ancora in questa faccenda!
–
Sei un codardo! E come tale vivrai nella tua stessa stima se non trovi
la forza di osare.
–
Taci, ti prego. Io oso fare tutto ciò che può essere degno di un uomo.
Chi osa di più non lo è!
–
Quale bestia allora ti suggerì questo piano e ti indusse a farmene
parte?
–
È mio cugino! si fida di me!
–
Ingenuo! Perché credi che Duncan venga qui oggi?
–
Per rendere più forti i nostri vincoli.
–
Proprio così! Ha deciso di venire subito a renderti onore nel tuo
castello, perché spera
così di superare il suo svantaggio riconoscendo subito e con il massimo
clamore il debito di riconoscenza. Si reca per ciò nella tana del lupo
confidando nel ritegno a compiere violenza contro di lui proprio nella
tua stessa casa: non viene qui perché si fida, viene nella tua casa
proprio perché non si fida e rischia il tutto per tutto mettendosi
nelle tue mani. Se non colpisci ora non ti riuscirà di farlo in
seguito. Anzi, alla prima occasione si libererà di te come ha fatto
ora, senza esitare, del vecchio Cawdor.
–
E se fallissimo?
–
Non falliremo se non esiterai! Frena l’accesso alla compassione
affinché nessun sentimento naturale scuota il nostro proposito o ponga
tregua tra questo e l’esecuzione.
–
Arrivano!
–
Il tuo volto, mio barone, è come un libro in cui gli uomini possono
leggere strane cose. Per ingannare il mondo, assumi il suo aspetto, abbi
il benvenuto nell’occhio, nella mano, nella lingua, appari come il
fiore innocente ma sii la serpe che vi si cela sotto. A colui che sta
per venire, si deve provvedere e tu metterai nelle mie mani la grande
impresa di questa notte: pensa, una sola notte che darà a tutte le
nostre notti e ai nostri giorni futuri sovrano imperio e dominio.
–
Ne parleremo ancora.
–
Abbi l’aria serena. Lascia tutto il resto a me.
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